Oggi il Parma veleggia mestamente in Serie C, dopo il fallimento e lo scandalo Tanzi.
Negli anni Novanta, però, Parma era sulla bocca di tutti, in serie A: coppe, campioni, lotte- perse- per lo scudetto-, un grande guru come Nevio Scala, giovani talenti come Cannavaro e Buffon e meteore, eroi per un giorno, come Giovanni Arioli. Una meteora dimenticata.
Nel 1996 esordiva in A con il Parma: ventisei minuti in campo il 10 marzo, sufficienti a segnare una rete nel derby contro il Piacenza di Cagni: “Ci fu un lancio lungo, credo di Dino Baggio… Si scontrarono Taibi e un difensore (Lucci, ndr): io mi buttai in scivolata, il pallone si alzò e uscì un bel pallonetto“.
Giovanni ricorda la sua vita, in quel Parma di campioni:”Condividevo lo spogliatoio con gente che la domenica vedevo in tv… Mi sembrava di essere in un film! All’epoca non c’era il centro sportivo di Collecchio: il Parma si allenava al Parco della Cittadella, trecento metri dal Tardini, che raggiungevamo con i pulmini… Guidati da Asprilla! Ricordo poi il primo volo della mia vita, fatto proprio con la squadra: andavamo a giocare a Foggia. Mi stupivo nel vedere per esempio Couto che telefonava con il cellulare: mi chiedevo se si potesse fare in aereo“.
Dopo quell’unica presenza, la massima serie si è allontanata: per il suo essere diretto, come confessato da lui stesso; per aver avuto a che fare con società che, al momento giusto, gli hanno impedito di assaporare le serie migliori; per una lunga lista di infortuni che ne hanno condizionato la carriera.
Ne parla lui stesso: “Ho perso almeno la B: una volta perché mi sono fatto male, un’altra perché la Pro Patria non mi ha fatto andare al Verona. Nel giro di quattro mesi, mi sono ritrovato dalla possibilità di giocare tra i Cadetti alla C2, con il Mantova. E poi perché ero un istintivo e non ero un leccaculo: se dovevo dire qualcosa a qualcuno, lo facevo sempre. Una cosa, questa, che da giovane paghi. Non ho mai sopportato quegli allenatori che, quando attribuivano colpe, sparavano indistintamente sul gruppo e non indicavano il singolo“.
Due operazioni alla caviglia; l’ernia del disco; una tibia rotta in allenamento dal suo amico Gabriele Graziani, figlio di Ciccio; un altro intervento allo stesso osso, con la necessità addirittura di una biopsia per escludere mali gravissimi.
Giovanni non ha mai mollato: si è rialzato ogni volta e proprio grazie al suo spirito è ancora in campo a correre e a divertirsi. Guardando sempre avanti. E a testa alta.



















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