C’è qualcosa di speciale nell’aria a Catanzaro in questi giorni di maggio. Una città che conosce bene il calcio vissuto ai margini della ribalta nazionale si ritrova improvvisamente al centro della scena, con una finale playoff di Serie B da giocare e un posto in Serie A come obiettivo concreto. Non più un lontano miraggio o una suggestione, come poteva sembrare a inizio stagione, ma una possibile realtà che si è costruita partita dopo partita.
La rimonta del Palermo non c’è stata
Il cammino verso la finale è passato da una serata particolare al Renzo Barbera di Palermo. Il Catanzaro si presentava in Sicilia con un vantaggio pesante: il 3-0 dell’andata aveva messo in discesa una qualificazione che sembrava quasi blindata. Il Palermo ha provato a riaprire tutto, ha segnato con Pohjanpalo al terzo minuto e ha sprecato diverse occasioni nella ripresa. Poi Rui Modesto ha firmato il 2-0 finale all’89’, regalando un finale di serata con qualche palpitazione di troppo. Ma al 96′ era festa: il Catanzaro è in finale, e affronterà il Monza per un posto in Serie A, con andata domenica 24 maggio e ritorno venerdì 29.
Un percorso che porta la firma dell’allenatore Alberto Aquilani e di una squadra che ha saputo costruire risultati importanti nei momenti decisivi della stagione.
Il nome che torna sempre: Palanca
Quando si parla di Catanzaro e di calcio in Calabria, prima o poi il discorso arriva sempre lì. Massimo Palanca è il simbolo assoluto di una città e di una regione che per qualche anno, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, aveva vissuto il calcio ad un livello che sembrava irraggiungibile. Ala sinistra di tecnica raffinata e visione di gioco fuori dal comune, Palanca era un giocatore capace di accendere gli stadi con la sua classe e la sua continuità nel fare gol.
Quelle stagioni in Serie A – con l’Udinese e soprattutto con il Catanzaro – restano nella memoria collettiva del calcio calabrese come un punto di riferimento difficile da eguagliare. Il club giallorosso arrivò a sfiorare posizioni di classifica impensabili per una piazza di quelle dimensioni, trascinato anche da un giocatore che aveva saputo imporsi ai vertici del calcio italiano senza provenire da una grande metropoli.
Oggi, a distanza di decenni, quel periodo torna prepotentemente nei discorsi dei tifosi più anziani ogni volta che il Catanzaro si avvicina a qualcosa di importante.
Una stagione costruita con metodo
Il Catanzaro di questa stagione non è arrivato in finale per caso, ma è il frutto di un lavoro costante e di un gruppo, con giovani promettenti come Mattia Liberali, che ha trovato la sua identità nel corso dei mesi. Le trattative di mercato estive avevano costruito una rosa equilibrata, capace di reggere il ritmo della Serie B senza cedere nei momenti di difficoltà.
Aquilani ha dato alla squadra una struttura difensiva solida e la capacità di ripartire con velocità. Nei playoff, la solidità è emersa in modo evidente: tre gol segnati e zero subiti contro l’Avellino nel turno preliminare, poi il 3-0 al Palermo nell’andata della semifinale. Dati che ci raccontano di una squadra in forma nel momento più importante della stagione.
Il Monza è l’avversario da battere
La finale contro il Monza sarà una sfida equilibrata e aperta. I brianzoli hanno superato la Juve Stabia in modo rocambolesco, con la doppietta di Patrick Cutrone nei minuti finali del ritorno. Una squadra abituata a palcoscenici importanti, reduce da stagioni in Serie A, con una rosa di qualità e l’esperienza di chi sa cosa significa giocare partite decisive.
Per il Catanzaro sarà la prova più difficile. Ma il calciomercato estivo aveva proprio questo obiettivo: costruire una squadra competitiva, non solo per sopravvivere in Serie B, ma per provarci davvero quando arriva il momento.
Il sogno e quello che rappresenta
Per Catanzaro e per la Calabria, una promozione in Serie A significherebbe riagganciarsi a quella tradizione calcistica che Palanca e i suoi compagni avevano costruito negli anni d’oro, dimostrando che il calcio del Sud può ancora competere con quello delle grandi città del Nord. E, forse, significherebbe anche dare ai tifosi più giovani la possibilità di vivere le emozioni che i loro padri e i loro nonni raccontano ancora oggi con nostalgia.



















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