In esclusiva per Football Scouting, abbiamo raggiunto telefonicamente Riccardo Abbenante, l’attuale allenatore del CDR Quarteirense, squadra portoghese che milita in Segunda Division, la corrispondente Lega Pro italiana. Nel giro di pochi mesi è passato da allenare l’ Under 23 a dirigere la prima squadra, dopo aver allenato il settore giovanile del Marsala per 5 anni. Ci racconterà il motivo che lo ha spinto a partire per il Portogallo e cos’è che impedisce all’Italia di tornare agli anni “80, quando la Serie A era il campionato più bello e affascinante del mondo.

È arrivato a maggio nel CDR Quarteirense, dove è stato chiamato ad allenare l’U. 23, l’equivalente della nostra Primavera. Che cosa l’ha portato a prendere questa decisione?

Il CDR Quarteirense è una società dove si possono far crescere e valorizzare dei giovani. L’obiettivo è quello di costruire un centro di formazione per giovani colombiani per valorizzarli e portarli in Europa per trovare squadre importanti. Il progetto di partire è nato grazie al mio amico e agente Mauro Bousquet che mi ha proposto di venire ad allenare in Portogallo. Devo ringraziare anche Miguel Guerrero – ex giocatore del Bari, ndr – e l’imprenditore Candelo, finanziatore del progetto. Io inizialmente dovevo allenare l’Under 23, dato che per 5 anni ero responsabile del settore giovanile a Marsala e allenavo 4 categorie, dalla juniores ai 2008. Mi era stato chiesto di far crescere alcuni giovani ed è iniziato tutto così. Ho fatto questo tipo di scelta perchè in Italia vedo il calcio in grandissima crisi, poi allenare in Sicilia è ancora più difficile e non vedevo un futuro importante, quindi ho preferito fare questo sacrificio. Perchè in ogni modo stare lontano dalla famiglia non è semplice però per cercare di creare qualcosa per il futuro ho preso questa decisione.

Nel giro di pochi mesi è stato promosso ad allenatore della prima squadra del CDR Quarteirense. Quali sono gli obiettivi di questa squadra?

L’obiettivo per chi fa un lavoro come il mio è sempre quello di far bene e potersi valorizzare. Per quanto riguarda le aspettative della squadra sono prima di tutto quelle di valorizzare i giovani perchè il progetto è stato fatto per questo. Ci sono dei ragazzi molto giovani e molto forti, speriamo il prossimo anno possano prendere strade migliori, però anche la società vuole crescere quindi il nostro obiettivo è quello di vincere.

Il CDR Quarteirense è da sempre una squadra che funge da porta di ingresso per l’Europa per molti giovani che vengono dal sud America. C’è qualche nome che consiglierebbe ai club italiani?

Qui la prima squadra è molto giovane tranne i tre portoghesi, che sono sui 28/29 anni. Poi il resto della squadra è molto giovane, diciamo dai 23 anni a scendere. Come giocatori importanti ce ne sono, devo dirti la verità. Ce ne sono molti del “98/97. Non solo colombiani ma anche Greci, Italiani e brasiliani. Si sta creando un qualcosa di bello e questi ragazzi fortunatamente si stanno facendo vedere e hanno già gli occhi puntati di qualche società importante.

Secondo lei perchè in Italia si è sempre restii a scommettere sui giovani e si punta sempre su chi ha più esperienza?

Il problema del calcio italiano è di non vedere nel proprio orticello ma di cercare sempre le cose fuori, dove secondo la mentalità dell’italiano sono più belle. Io penso che l’Italia abbia tanti giovani di ottime prospettive, il problema è dargli fiducia e poterli valorizzare. Ma in Italia il problema più grande è che la maggior parte dei settori giovanili lavorano con troppe sponsorizzazioni. E queste sponsorizzazioni ti portano tante volte a far giocare gente che non è in grado di giocare e tante volte si deve scendere a compromessi per poter avere un posto di lavoro e questo sicuramente non fa migliorare il calcio in Italia. La differenza è che qui in Portogallo non ci sono vincoli di nessun genere. È un campionato dove possono giocare tutti e non c’è nemmeno il vincolo degli extracomunitari. Quindi al di la di tutto arriva tanta gente di qualità però il bello del Portogallo è che se fai bene, nel giro di poco tempo ti ritrovi nel grande calcio. Non devi avere a che fare con degli agenti che ti mettono il bastone tra le ruote, non devi avere a che fare con degli allenatori che portano la sponsorizzazione per poter allenare e quindi è tutto molto più facile. Pensiamo che il Portogallo è una nazione che è un terzo dell’Italia e ha vinto gli europei. Ci sono anche molti calciatori portoghesi che stanno facendo benissimo in giro per il mondo. Non capisco come l’Italia che fino a qualche tempo fa era la nicchia del calcio mondiale, adesso si ritrova a non avere più qualità. Non ci sono più i Roberto Baggio, i Franco Zola, i Del Piero ma questo è dovuto dalle scuole calcio che lavorano in maniera pessima e da tutto quello che circonda il calcio giovanile.

Non è la prima volta che preferisce l’estero all’Italia, infatti ha giocato, da calciatore, sia in Belgio che in Scozia. Consiglierebbe ad un giovane di andare all’estero?

Il problema dell’esperienza all’estero è sempre dovuta a quello che ci troviamo in Italia. Se io in Italia ho tutto il massimo per potermi valorizzare e poter fare bene io non vedo un luogo migliore dell’Italia per fare calcio. Negli anni 80/90 avevamo il campionato più bello del mondo, poi con l’apertura delle frontiere e con il consegnare realmente il calcio ad alcuni personaggi più o meno discutibili, ha rovinato tutto quello che c’era di buono e quindi io dico che per ora l’estero, per un calciatore italiano, è l’unico modo per potersi far vedere e potersi valorizzare. Perchè in Italia, un giovane che vuole valorizzarsi in un settore giovanile se non paga le 500 euro al mese per mantenersi o se non fa un regalino a qualcuno è difficile che possa farne parte, anche se merita. Io so di alcune realtà di settori giovanili professionisti, dove l’importante è che il ragazzo non sia di qualità ma che possa portare una sponsorizzazione o che possa portare un aiuto economico. Ed è normale che così la qualità non crescerà più in Italia.

Secondo lei, quale club di serie A, se ce ne sono, si avvicina di più alla sua filosofia di puntare sui giovani?

Io penso che abbiamo un grandissimo maestro di calcio in Italia, bacchettato da tutti perchè è una delle poche persone pulite nel calcio e si chiama Zeman. Io sono legatissimo a lui perchè è uno dei pochi che insegna calcio ma allo stesso tempo che non allena più. Come filosofia oltre a Zeman, io ammiro tantissimo Sarri perchè penso che il calcio sia spettacolo ed una persona scende in campo per divertirsi e non per vedere pallonate. Quindi le persone come Sarri, come Zeman e anche come Di Francesco, sono quelle da valorizzare ed è questo il tipo di calcio che mi rappresenta di più.

Lei da calciatore è stato un centrocampista, quale giocatore con questo ruolo le piacerebbe allenare?

Si sono stato un centrocampista ma molte volte ho giocato anche come difensore centrale. Ma tra i ruoli che preferisco di più allenare c’è quello di regista difensivo. E il massimo per ora che abbiamo in Italia è Verratti. Penso che come centrocampista sia il più grande, in quel ruolo e se non il migliore, è tra i primi posti. Penso che lui sia il massimo in Italia per quel tipo di ruolo.

Da allenatore cosa si aspetta per i prossimi anni? C’è la possibilità, a breve, di rivederlo in Italia?

Il mio sogno non è quello di allenare una grande squadra ma quello di poter fare il mio lavoro all’interno di un settore giovanile importante dove si possa mettere a disposizione dei giovani il tuo sapere. Ma se io devo venire in Italia e devo scendere a compromessi per poter allenare preferisco rimanere in Portogallo, continuando a fare il mio lavoro, per poi trovare un settore giovanile che possa mettermi nelle migliori condizioni per fare il mio lavoro.