In esclusiva per Football Scouting, l’intervista a Giancarlo Giannandrea, osservatore di grande esperienza che ci ha fornito la sua panoramica a proposito della situazione del calcio italiano, soffermandosi su alcuni argomenti “caldi”: il ruolo dello scouting, il settore giovanile e le squadre B.

Qual è l’iter da percorrere per diventare osservatore?

“Non parlerei di un vero e proprio percorso.  Il ruolo dell’ osservatore, in Italia, ha preso piede di recente, ma occorre fare una netta distinzione: c’è chi svolge questo lavoro non a livello professionistico, dedicando allo scouting determinati ritagli di tempo, spesso senza alcuna retribuzione. Dall’altro lato ci sono dei professionisti, che hanno maturato competenze e conoscenze riconosciute e certificate dal Centro Federale di Coverciano”.

Cosa cerca un osservatore?

“E’ fondamentale approcciare alla professione con passione ed estrema competenza. Anche in questo caso è necessario distinguere due realtà definite: in un contesto di “prima squadra” si selezionano giocatori già affermati e funzionali al raggiungimento di obbiettivi immediati. E’ a partire dal settore giovanile che inizia la vera missione dell’osservatore, perchè l’obbiettivo da conseguire è finalizzato al medio-lungo termine. Il lavoro di scouting cerca la “prospettiva” in un calciatore, valutandone il suo impatto a 360°, partendo dall’aspetto tecnico, passando per la sua predisposizione al sacrificio e alle qualità mentali, che fanno sempre la differenza”.

Un giudizio sulla nuova formula del campionato Primavera?

“La nuova ripartizione delle squadre in Primavera 1 e Primavera 2 rende sicuramente più avvincente la competizione, anche se la vecchia formula permetteva a squadre meno “quotate” di confrontarsi con le big e ciò garantiva, nonostante un gap abbastanza netto, un importante bagaglio d’esperienza e di formazione. Reputo il campionato Primavera una sorta di Serie D dei professionisti. Dico questo perchè ritengo che la D sia molto più formativa, sotto certi aspetti. Ad esempio, il calciatore di 35 anni può fare da chioccia ad un ragazzino di 19, impartendogli i consigli necessari per seguire un determinato percorso di crescita. Giocando invece con i coetanei, questo tipo di figura viene a mancare”.

Capitolo squadre B: un progetto che condivide? 

“La riforma sulle seconde squadre è un buon punto di partenza, ma credo sia stata messa in atto con eccessiva foga, tanto che solamente la Juventus è stata in grado di schierarla già da questa stagione. Una riforma intelligente ma che va assolutamente rivista, prendendo spunto dal modello delle Under 23 spagnole. Penso alla regola che impedisce ad un ragazzo della squadra B di farci ritorno, una volta raggiunte le cinque presenze con la prima squadra. E’ troppo limitante”.

E gli altri club italiani staranno al passo?

“Si, e quando lo faranno gioveranno ad un campionato come quello della Serie C, che sta ritrovando appeal dopo anni complicati. Le seconde squadre non possono fare altro che portare ad una crescita della categoria sia dal punto di vista dell’immagine che dell’affluenza di pubblico negli stadi”.

Quali accorgimenti da adottare per i settori giovanili italiani?

“In primis, il modello di riferimento deve essere sempre quello europeo e la Youth League, in questo caso, è un ottimo banco di prova per testare il livello dei nostri ragazzi, che vi assicuro è molto alto.  Investire il 10% del fatturato di un club nello sviluppo del settore giovanile è una via percorribile per tutelare e coltivare i campioni del domani”.

Infine, un tuo pensiero sul campionato “Berretti”?

“Purtroppo è un campionato con poco seguito. Una suddivisione in dieci gironi , in alcuni casi composti da pochissime squadre, che impoveriscono l’appeal della categoria. Sarebbe più utile raggruppare tutte le squadre in 3-4 gironi per accrescerne la competitività. Sarà molto interessante da seguire, invece, la nuova categoria Under 13 Pro, che vedrà sfidarsi le squadre provenienti da Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria”.