Sorride, Adriano. Sorride sempre.

Ne aveva ben donde: giovanissimo, dal Flamengo, grande squadra brasiliana. arriva in Italia, all’Inter: ed è subito folgorazione, a suon di BUM.

Già, il suo sinistro: su punizione, da dentro e fuori area, faceva paura.

E allora, BUM: amichevole al Bernabeu, e il Real Madrid sconfitto da una sua pazzesca punizione.

E poi, 16 Settembre 2001: al minuto numero 95, per piegare un tosto Venezia.

Solo che c’è una grande concorrenza, davanti: Vieri, Ronaldo, Kallon, Ventola, Recoba. Meglio ripassare, và.

E lui riparte, sempre con quel sorriso triste, allegro mai del tutto, perchè il Brasile, si sa, porta a questo: allegria infinita per mascherare la tristezza di immensi luoghi abbandonati dal senso.

Ma lui è forte, e a Firenze e a Parma se ne accorgono: gol e talento, talento e gol.

L’Inter, alla fine,decide di puntare davvero su di lui: Ronaldo è andato, Vieri comincia ad avere qualche acciacco, e c’è bisogno di un attaccante, per rinvigorire i sogni di gloria, fermatisi in quel maledetto 5 maggio 2002.

E allora si ricompra Adriano- tipiche follie Morattiane – e lui risponde. BUM.

L’Udinese ancora se lo ricorda, quel giorno. Anno 2004.

Gol, colpi di testa mortiferi, traverse che ancora tremano, derby vinti, intesa con l’altro giovane folletto, quell’Oba Martins che col senno di po forse era più forte interiormente del nostro fenomeno dal sorriso triste.

Sì, perchè piano piano qualche cosa si inceppa: la morte del padre, l’alcool, allenatori severi  che pretendono di più, e il bomber segna sempre meno. Invano Josè Mourinho cerca di rianimarlo. Senza speranza i Samuel, i Cambiasso, gli Zanetti gli stanno vicino.

Sempre con quel sorriso triste, Adriano Leite Ribeiro, classe 1982, si avvia sul viale del tramonto, tra casse di birra, lontani ricordi, tentativi assurdi- Roma e serie B americana- e un peso dell’anima che si aggiunge a quello del corpo.

Lui sorride sempre, però.

Poteva pure andargli peggio.