La redazione di FootballScouting è orgogliosa di presentare la nuova rubrica “Scaglie di Grana”, scritta da Giuseppe Granara, ex capitano del Cagliari Primavera che ha scelto di approdare negli States per costruire un piano B tra studio e calcio grazie ad una borsa di studio che lo ha portato alla Robert University di Tulsa in Oklahoma.

Oggi presentiamo la settima puntata, in cui Giuseppe ci racconta delle lunghissime trasferte affrontate durante in campionato.

SCAGLIE DI GRANA: EPISODIO 9

“Il sogno di tutti: a chi non è mai piaciuta l’idea di un bel viaggio con la squadra? Dormire in albergo, colazione insieme, le passeggiate dopo pranzo…e invece.

Non so voi, ma io ho sempre viaggiato tanto, soprattutto per il calcio: dai giovanissimi nazionali alla primavera, per 5 anni, ogni due settimane ho dovuto prendere un aereo andata e ritorno in giornata per andare a giocare le trasferte. La prima trasferta una figata: 15 anni, aereo più 3 ore di pullman per andare al campo, stai con la squadra, è figo, veramente divertente.

Poi, già due settimane dopo, alzarsi di nuovo alle 5 e tornare di nuovo a mezzanotte passata… la magia era già andata a quel paese.

Ho fatto il conto di aver preso circa 120 volte l’aereo negli anni al Cagliari, almeno una quindicina di volte ho dormito in albergo, tre o quattro volte siamo rimasti circa una settimana fuori per tornei. Ed ero già stanco delle trasferte.

Poi sono arrivato qua in America, e il karma mi ha punito.

Io che mi lamentavo di un’oretta di aereo e due di pullman, ora firmerei per quelle.

L’America è enorme, e non è che ci siano aerei per tutte le città. Nelle trasferte di quest’anno, la media è stata almeno di 10 ore di viaggio tra andata e ritorno, in strade deserte e dritte.

Molto dritte.

Troppo.

LATI POSITIVI

I lati positivi son tanti: ho visitato posti decisamente da vedere: l’arco di St. Louis, Downtown Dallas, i cactus dell’Arizona e di Phoenix, i casinò di Las Vegas, ma soprattutto la diga.

A chi non piace la diga… di Hoover?

Per intenderci: la Hoover Dam è la diga più grande del mondo o qualcosa del genere, sta al confine tra Arizona e Nevada, e ci hanno girato “Transformers 3”.

Ma ora veniamo a quella volta che non dimenticherò mai.

Il top è stata la trasferta in Illinois: 8 ore di pullman durante venerdì, notte in albergo, partita sabato alle 19 (!!!), pullman per tornare. Insomma, siamo partiti sabato alle 22 circa: abbiamo vinto 2-1 ai supplementari, siamo cotti ma felici.

Partita a carte, chiacchiere, e in un attimo dormono tutti. Sono le 23:30.

Purtroppo io ho il problema che dopo le partite ho ancora litri di adrenalina in corpo, e quindi di dormire non se ne parla neanche per sbaglio.

“Vabbè, mi guardo un film”, penso. Inizio “Salvate il soldato Ryan” che è mezzanotte. Bello cazzuto, peraltro.

Quando l’autista si ferma per una sosta a cambiare l’acqua alle olive, a me mancano giusto i titoli di coda. Scendo pure io, sul pullman dormono tutti. Il mister si sveglia mentre scendo, e mi guarda con una faccia indescrivibile da “cazzo succede fratè”.

Mi trovo con l’autista in un bagno all’aperto: in pratica due buchi in terra, a quanto pare hanno i soldi per le portaerei nucleari ma non per un bagno a forma di bagno. Sembra di stare all’isola dei famosi.

Comunque, mentre facciamo quel che dobbiamo fare, chiacchiero con…dai, chiamiamolo Guido l’autista. Non mi ricordo cosa ci siamo detti, ma dopotutto… chi se ne frega :parlare mentre la si fa ti rende molto uomo maturo e quindi l’ho scritto, scusate l’interruzione.

Torniamo sul pullman che si son quasi fatte le 3.. Ho il ritmo circadiano che deve essere rimasto in Illinois, perché ho gli occhi sbarrati peggio di un gufo.

TELEFONATA NOTTURNE

Chiamo mio zio. “Ciao nipote, ho visto la partita” mi risponde. Sembra non curarsi per niente del fatto che in Italia sono le 10 di domenica mattina e da me ancora le 3 di notte. Quando glielo faccio notare, mi spiega come sia sveglio dalle 7 del mattino di domenica, dopo aver visto il match in diretta alle 2 ore italiana. Insomma, avere gli orari sballati dev’essere di famiglia.

Chiamo pure mia sorella. Lei invece è sana: quando mi risponde alle 10:30 del mattino italiano ha la voce di chi è appena stato buttato giù dal letto.

Brava, continua a farle le serate, continua.

Ormai sono le 4. Inizio ad avere sonno. Più che altro mi sento completamente incasinato.

Decido di annegare la mia confusione con “Forrest Gump”. Lo conosco a memoria, ma è un capolavoro. Rimango incollato allo schermo del laptop, che miracolosamente non muore: è rimasto acceso per quasi 6 ore, ma la luminosità al minimo nel buio della notte era sufficiente (e non mi ha bruciato la retina) e quindi ha resistito. Bravo campione.

Il secondo film finisce che siamo al semaforo per entrare in campus. Una precisione più che svizzera.

Già che ci sono, faccio uno squillo pure ai miei. Ora si che son disfatto: mi sento uno zombie.

Gli auguro una buona giornata, e mi butto a letto.

Buonanotte”.